IL NOME
Ho scritto questo beve racconto il giorno di Natale del
2008 e forse sono stato influenzato dall’atmosfera della giornata. Il racconto
e’ triste ma porta con se la speranza del trascendentale.
Devo scegliere il nome. Non avrei davvero
mai pensato che un giorno mi sarei trovato a dover scegliere il mio nome da
pontefice, eppure in questo momento mi trovo in questa piccola stanza a dover
fare una scelta, questa scelta. La stanzetta dove mi hanno lasciato a pregare
ed a cercare l’ispirazione del nome e` nuda e senza finestre. Le spesse mura
bianche e liscie su cui troneggia un crocifisso di legno scolpito stridono
rumorosamente nella mia testa ancora abituata agli sfarzi degli affreschi
michelangioleschi dell’adiacente Cappella Sistina.
Devo scegliere il nome. Il Cardinal Decano
che pochi minuti fa si e’ presentato al mio scranno e si e’ inginocchiato
chiamandomi Santo Padre non e’ riuscito a capacitarsi del fatto che non avessi
ancora deciso per un nome da papa. Nei suoi due precedenti conclavi i vincitori
erano stati prontissimi ad accettare l’investitura ed a pronunciare il nome che
avevano scelto, forse gia’ mesi o anni prima quando avevano cominciare a
coltivare l’ambizione di salire sul gradino piu’ alto della gerarchia della
Chiesa Cattolica.
Io no. Ero al mio primo conclave e benche’
fossi uno dei piu’ giovani cardinali ero entrato nella Chiesa o, meglio, ero
passato al servizio del Signore, solo da pochissimi anni. Il tutto aveva avuto
del “miracoloso” ed ora a cinquantasette anni mi trovo inginocchiato in questa
stanza mentre il mondo fuori di queste quattro mura attende di sapere se la
Chiesa ha un nuovo pontefice e come si chiamera’ e cosa potra’ significare la
scelta di questo nome. E pensare che solo dieci anni prima non avevo ancora preso
i voti e disprezzavo profondamente la
religione e le organizzazioni come il Vaticano che a mio parere crescevano come
bubboni sulla buona fede delle persone deboli.
Devo scegliere un nome. Tutto era iniziato
con la prematura scomparsa di mia moglie, bruciata da un tumore fulminante in
meno di due mesi. Allora ero un broker finanziario
di successo ed a quarantasei anni pensavo che il mondo fosse nelle mie mani,
prima che tutto mi crollasse addosso. Quando seppi della malattia di mia moglie,
lasciai immediatamente il lavoro per starle vicino il piu’ possibile; tuttavia
man mano che la vedevo allontanarsi da me e dalla vita mi rendevo conto che
tutto quello in cui avevo creduto fino ad allora era vuoto e superficiale.
Nella mia vita professionale avevo visto grandi richezze accumularsi e ridursi
in cenere nel giro di poche ore ma non avrei mai potuto immaginare quello che
stavo sentendo mentre mia moglie mi lasciava piano piano.
Non avevamo figli ne’ parenti stretti ed
il giorno del funerale mi trovai praticamente da solo e pieno di una
disperazione che non riusciva neanche ad alimentare lacrime e singhiozzi. Al
termine della cerimonia passai a ringraziare il sacerdote e mi fermai un
momento in chiesa, non a pregare ma forse a cercare di sentire con le mie orecchie
il silenzio che percepivo nel cuore e nello spirito. Non ero avvezzo alle
preghiere nonostante avessi avuto da bambino una educazione cattolica e non mi
ero mai trovato fino ad allora a dover perdere una persona cara a me vicina. Il
mondo del lavoro mi aveva totalmente risucchiato nei suoi ingranaggi secolari e
materialistici che non avevo mai potuto immaginare fino a quel momento che cosa
significasse veramente provare dolore.
Una mano mi sfioro’ la spalla mentre ero
seduto sulla panca della chiesa con gli occhi chiusi e sfiniti da lacrime che
non ne volevano piu’ sapere di uscire.
Da principio non mi voltai nemmeno, tanto
mi sentivo insensibile a tutto. Dopo un po’ girai la testa ed trovai il volto imbiancato
di un uomo con gli occhi carichi di un sentimento di pieta’ che non avevo mai
sentito fina ad allora in tutta la mia vita.
- “Passando prima l’ho vista al funerale e
mi sono permesso di chiedere informazioni al parrocchiano. Mi dispiace molto
per Sua moglie.”
Annui piu’ con gli occhi che con la testa,
anche se sentivo un grande calore emanarsi da queste parole che dette da un
altro sarebbero suonate di pura circostanza.
- “Mi rendo conto che possa non aver
proprio voglia di parlarne, ma se vuoLe sarei molto felice di fare quattro passi e quattro chiacchere
con Lei. Come potra’ forse capire dal vestito, sono un cardinale di Santa
Romana Chiesa ma il mio nome e’ Pietro Belcano e se non Le dispiace La prego di
chiamarmi Pietro.”
Passammo tutto il pomeriggio insieme e
Pietro mi offri per cena un tramezzino in un bar all’angolo del parco dove
avevamo trascorso almeno sei o sette ore. Era una delle prime giornate di
autunno vero e l’aria era secca e profumata di foglie morte. Quel pomeriggio
aprii il mio cuore a Pietro come non avevo mai fatto con nessuno in tutta la
mia vita ed alla fine mi sentii come se una doccia avesse lavato via in un
momento mesi di drammatica sofferenza e anni di ipocrisia e di falsita’ nei
confronti di me stesso. In tutto il pomeriggio Pietro non fece mai un solo
cenno al Signore o alla sua funzione cardinalizia. Parlammo da uomini con il
linguaggio e le debolezze degli uomini. Pietro si congedo’ verso le 9 di sera e
mi prego di andarlo a trovare in Curia il giorno dopo.
Dieci mesi dopo il funerale di mia moglie
presi i voti di sacerdozio e Pietro Belcano mi volle al suo fianco come
assistente privato. Fu proprio il giorno che presi i voti che mi torno’ in
mente quello che quaranta anni prima la suora di clausura che mi faceva lezioni
di catechismo soleva dire a me e a mia nonna che mi veniva a prendere al
termine della lezione:
- “Mio piccolo Giorgio, tu sei cosi’ bravo
che un giorno diventerai papa. Ne sono sicura!”
Devo scegliere il nome. Suor Chiara non
poteva essere una sibilla piu’ corretta e puntuale, ma non era alle sue parole
che stavo pensando ora. Nella mia mente si rincorrevano le giornate e le
nottate spese al fianco di Pietro Belcano ed al bene profondo che questo uomo
e’ stato in grado di trasmettermi negli otto anni che il Signore lo ha lasciato
in vita dopo il nostro primo incontro. Quando se ne ando’, a settantasette
anni, Pietro mi aveva gia’ fatto vescovo e nel suo testamento spirituale fece
una assai poco ortodossa raccomandazione post-mortem
al Pontefice affinche’ potesse prendere in considerazione il mio nome per la
porpora cardinalizia. Tutto era assolutamente fuori dalla usuale
convenzionalita’ della Chiesa Cattolica ma, di fatto, uno degli ultimi atti
della vita del Pontefice fu nominare 5 nuovi cardinali e, per il volere della Provvidenza,
il mio nome era tra questi.
Devo scegliere il nome. Il conclave era
iniziato in un momento molto difficile. Il dittatore alla guida della
Repubblica Cinese, Wong Tung-hai, che aveva guidato il paese fuori dall’ero
pseudo-comunista ed aveva riunificato con la forza la Cina con Taiwan, si era
posto alla leadership di un blocco di paesi asiatici e minacciava apertamente
il Giappone di invasione. I paesi occidentali si erano schierati a fianco del
Giappone, non senza sollevare un’ondata di proteste pacifiste, e si temeva che
una possibile mossa aggressiva di Wong potesse scatenare una reazione
incontrollabile da parte degli alleati occidentali. Dopo quasi mezzo secolo
l’umanita’ si trovava di nuovo di fronte alla possibilita’ dell’auto-annichilamanento,
dell’olocausto nucleare. La Chiesa Cattolica non poteva trovarsi priva del suo Pastore
in un momento peggiore e tutti si auspicavano un conclave veloce ed un
successore capace di gestire brillantemente una situazione cosi’ delicata.
Il conclave si era invece ritrovato piu’
diviso che mai tra le solite fazioni e le prime tre votazioni, svoltesi per la
prima volta nella storia tutte e tre nel primo giorno di conclave, non avevano
dato nessun segnale di una possibile futura candidatura vincente. Io non
conoscevo praticamente nessun cardinale, ma sembrava che gli altri cardinali mi
conoscessero bene e mi vedevano ancora come un “esterno”.
La prima notte nella clausura del conclave
fu lunghissima e ricordo che non riuscii a prendere sonno. Tutti i pensieri di
una vita mi si intrecciavano nella mente e sentivo il mio cuore a disagio,
quasi come il giorno che persi mia moglie.
A colazione mi resi conto che tutti
avevano avuto una notte molto travagliata ed il silenzio nel quale tutti
mangiavano sembrava irreale e terribilmente innaturale, come se fosse un
silenzio artefatto che copriva un coro di singhiozzi e lamenti.
La prima votazione del giorno era anche la
prima a maggioranza semplice ma nessun candidato si avvicino’ neanche un po’ al
quorum. Stranamente avevo ricevuto 14
voti su 121 votanti e mi sembrava cosi’ ridicolo e quasi offensivo che qualcuno
pensasse a me come candidato improbabile da votare al fine di smascherare i
veri “cavalli vincenti”.
Alla fine della votazione il Cardinal
Decano, anche qui non seguendo la rigida cerimonialita’ del conclave, chiese a
tutti i cardinali di intonare di nuovo il Veni Creator, che di solito viene
cantato solo al momento del “extra omnes”.
Era un gesto evocatorio per lo Spirito Santo ma anche un chiaro messaggio alle
fazioni in corsa di mettere da parte le partigianerie per il bene della Chiesa
e del mondo.
Quel Veni Creator risuono’ tra le mura
della Cappella Sistina con il suono di potenti sferzate di energia al cervello
di tutti i cardinali. Al termine eravamo tutti esausti e pallidi ma con lo
sguardo fermo e vivo di coloro che sanno che devono compiere una missione.
Non so perche’ e non so come successe ma
alla successiva votazione 79 cardinali su 121 avevano deciso che io ero la
persona che doveva portare il peso della Chiesa Cattolica sulle spalle in
questo momento di grandi difficolta’.
Mentre ascoltavo il mio nome declamato nel
corso dello spoglio mi sentivo pian piano sprofondare e la voce del Cardinale
si trasformava alle mie orecchie nelle voci che mi erano state care nel corso
degli anni; quelle dei miei genitori, di mia moglie e di Pietro Belcano.
Non mi resi neanche conto dell’applauso’
che scoppio` al momento del sessantunesimo voto a mio favore e la venuta del
Cardinal Decano di fronte al mio scranno per annunciarmi l’elezione mi prese
alla sprovvista.
- “Cardinal Giorgio Novati, accetti tu di
essere elevato a Sommo Pontefice della Santa Romana Chiese e come vuoi tu esere
chiamato?” – mi chiese formalmente in latino in Cardinal Decano.
Balbettai che non lo sapevo e che non
potevo essere io la persona e cosi` dopo poco mi ritrovai nella stanza dove
sono ora con un rosario in mano ed una moltitudine di anime fuori di questa
stanza che attendono la mia decisione.
Devo scegliere il nome. So bene nel
profondo del mio cuore che tutto questo non e` un caso e che non poss certoo
sottrarmi a quello che il Signore aveva sempre avuto in serbo per me. Era una
sorta di predestinazione che in questo momento riuscivo leggere in tutti gli eventi che avevano
segnato la mia vita e sapevo che non era questione di accettare o meno perche’
avevo gia` accettato questo enorme peso al momento della mia nascita e al
momento di prendere tutte le scelte importanti della mia vita. Era la questione
del nome a cui non avevo pensato ma che sapevo sarebbe stata letta ed
interpretata in mille modi da tutti. In quel momento mi rotno alla mente la
mano che sfioro’ la mia spalla 10 anni prima in chiesa il giorno che salutai
definitivamente mia moglie ed allora capii che avevo scelto il mio nuovo nome.
Quattro giorni dopo
La cerimonia per la consegna a Papa Pietro
II dei sigilli pontifici appartenuti al precedente pontefice era fissata per le
dieci del mattino. Il Papa si era attardato ad ascoltare le notizie sulla crisi
tra il blocco asiatico ed il blocco occidentale che sembrava scivolare sempre
piu’ verso un possibile (e letale) confronto militare e non sentiva come
impellente quella millenaria tradizione della consegna dell’anello pontificio e
del relativo sigillo, che pero’ lo avrebbe messo di fatto a capo dell’intero
mondo cattolico e dell’organizzazione ecclesiastica.
- “Santita’, dobbiamo affrettarci o non
arriveremo puntuali”, disse Padre Alfonso entrando trafelato nello studiolo
papale. Papa Pietro II lo aveva scelto 3 giorni prima come suo segretario
particolare senza una ragione specifica. Sentiva che non avrebbe avuto bisogno
di nessun segretario ma la Curia insisteva in modo pesante e pur di
accontentarla il Papa decise di offrire questa opportunita’ a Padre Alfonso,
che a termini di curriculum era il meno titolato tra i 10 candidati che gli
erano stati presentati.
- “Vengo Alfonso, non preoccuparti. Non
possono comunque procedere senza del Papa a loro malgrado mi dovranno
aspettare. E poi non sono sicuro che si rendano conto di quello che stanno
facendo nel darmi in mano i sigilli papali. Se pensano che io lascero’ correre
tutto questo sfarzo e questo lusso della Curia Vaticana, si sbagliano di
grosso. Le missioni hanno bisogno di fondi ed io non ci pensero’ due volte a
mettere all’asta le opere del Museo Vaticano se servira’ a salvare dalla morte
per fame qualche bambino africano.”
Cosi’ dicendo il Papa ed il suo assistente
si mossero velocemente verso il passaggio che collegava lo studiolo del papa
con gli uffici della Curia ed essendo entrambi relativamente giovani per gli
standard del luogo arrivarono in un attimo.
Insieme all’anello ed al sigillo venne
consegnata al Papa una busta chiusa che era stata indirizzata dal precedente
pontefice al suo successore.
Non appena si ritrovo’ da solo nel suo
studio, il Papa prese in mano il pesante tagliacarte di argento che era sul suo
tavolo ed inizio’ ad aprire quella pesante busta di carta pecora che conteneva
3 fogli scritti a mano.
Inizio’ a leggere la lettera scritta in
latino.
“Fratello,
sono certo che il fardello del soglio pontificio ti sembrera’ gia’ ora molto
piu’ pesante di quello che speravi o temevi al momento del Conclave. Io posso
solo dirti di non essere stato degno dell’onore e dell’onere che Dio ha voluto
darmi, ma col tempo ho capito che anche tutti i nostri predecessori non avevano
quello che il Signore si attendeva da noi quando ci ha scelti e la cosa mi ha
in un certo senso sollevato.
Il
contenuto di questa lettera mi e’ stato tramandato dal mio predecessore nello
stesso modo con il quale io lo passo a te; la cosa e’ andata avanti cosi’ fin
dall’inizio, dove forse si e’ verificato qualcosa che ha mutato i piani del
Signore. Ricordati solo di manenere il segreto che per piu’ di duemila anni
tutti i successori al Soglio di Pietro hanno conservato a volte a scapito della
loro stessa vita e di scrivere al piu’ presto una lettera dal simile contenuto
della presente per il tuo successore, al fine di non venir colto impreparato
dalla chiamata del Signore.
Qiuello
che devi sapere e che solo un Papa ti puo’ dire e che Pietro non ricevette da
Gesu’ le chiavi del Paradiso in senso figurato ma le ricevvette davvero in
senso letterale. L’ultimo foglio di questo lettera racchiude la preghiera in
sanscrito che Gesu’ ha dettato direttamente a Pietro e che avrebbe permesso al
pescatore di anime di accedere direttamente al Regno dei Cieli e colloquiare
con Dio e Gesu’ direttamente ogni qualvolta lo desiderava. Questa preghiera e’
stata recitata da tutti coloro che sono succeduti a Pietro come guida
spirituale della Chiesa Cattolica, ma nessuno e’ riuscito ad essere ammesso
ancora in vita al cospetto del Signore come invece avvenne piu’ volte a Pietro.
Nessuno di noi successuri aveva un cuore ed una anima abbastanza candida e
sensibile da potersi librare verso il Signore pur rimanendo all’interno del suo
corpo fisico. Il mio augurio e che tu possa essere il vero degno successore di
Pietro e che tu possa aprire le porte del regno dei Cieli per tutta l’Umanita.”
Dopo la firma ed il sigillo pontificio,
seguiva una terza pagina molto piu’ antica e scritta in sanscrito da una mano
non ferma e con un inchiostro ormai sbiadito dai secoli.
Papa Pietro II non aveva mai studiato il
sanscrito e pur con l’aiuto di un voluminoso trattato linguistico che aveva trovato
nel suo studiolo, impiego` tutto il pomeriggio e la nottata seguente per poter
transcrivere in caratteri romani la pronuncia di quella preghiera.
Quando ebbe finito, inizio’ a leggere ma
sentiva che c’era qualcosa che non andava, qualcosa che stonava con la
solennita’ dei suoni di quella preghiera dettata da Gesu’ al suo discepolo
Pietro pochi giorni prima della Crocifissione.
Il papa si fece aprire da una guardia la
Cappela Sistina che era ancora in fase di pulizia dopo il conclave e prima di
essere aperta di nuovo al pubblico e si inginocchio` sul primo scranno che
trovo’.
Apri’ il foglio che aveva trascritto ed
inizio’ a pregare a bassa voce recitando quei suoni sconosciuti come se fossero
un mantra.
Man mano che leggeva il Papa sentiva il
suo corpo sempre piu’ pesante e riusciva a malapena a distinguere i suoni che
la sua bocca emetteva i modo sempre piu’ meccanico ed indipendente dalla sua
volonta’.
Inizio’ a sentire forti conati di vomito
che pero’ non trovavano sfogo nella sua bocca, impegnata a declamare in modo
ormai meccanico quel mantra maledetto che lo aveva imprigionato ad di fuori del
suo corpo.
Riusci’ a malapena a rivolgere il suo sguardo
il alto verso gli affreschi di Michelangelo avvolti nella penombra ed in quel
momento avvenne l’evento straordinario.
Le figure degli affreschi apparvero al
Papa come se in movimento e le sfere celesti disegnate dall’artista
rinascimentale si muovevano all’unisono verso una grande luce che man mano si
allargava all’interno della cappella ed avvolgeva via via il Santo Padre.
In quel momento il Papa senti’ la presenza
di Dio e lo capi’ dal fatto di sentirsi come mai nella sua vita si era sentito:
felice e rilassato, senzo nessun altro pensiero che gioia ed amore. Dio gli
spiego parlando al suo cuore che era la seconda volta che entrava in lui ed il
Papa capi’ che la volta precedente era stata dieci anni fa quando la mano di
Pietro Belcano lo aveva sfiorato.
Dio gli apri’ la mente ed il Papa vide
improvvisamente che cosa Dio chiedeva da lui. Le lacrime iniziarono a sgorgare
dagli occhi del Pontefice ma la sensazione di amore che lo circondava lo
paralizzava e non rousci a singhiozzare come avrebbe voluto.
Si rese conte che le lacrime venivano
comandate al suo corpo dal cervello mentre tutte le sensazioni che riceveva da
Dio lui le sentiva nel cuore. In un secondo capi’ quello su cui scienza e
chiesa avevano disquisito inutilmente per secoli e tutto il progetto di Dio per
l’Uomo gli fu svelato.
Pietro II sarebbe stato l’ultimo papa e
avrebbe accompagnato l’umanita’ verso il giudizio finale e la nuova vita oltre
il peccato e le sofferenze. Purtroppo solo pochi sarebbero stati degni di tutto
cio’, mentre ai molti sarebbe toccata l’annichilazione nelle fiamme.
Questo stato di trance mistica duro’ per un tempo infinitamente lungo e
terribilmente breve per il papa che al momento di sentire Dio che si
allontanava da lui piombo` in uno stato di paura e di dolore.
Le lacrime continuavano a sgorgare dai
suoi occhi ma lui ora sapeva perfettamente che cosa doveva fare e qual era lo
scopo di tutta la sua vita.
Si stava sollevando dallo scranno quando
Padre Alfonso gli corse di fronte pallido in viso e tremante di paura.
- “Santita” – gli disse Padre Alfonso –
“e’ giunta notizia che la Cina ha appena bombardato Tokyo con 15 testate
atomiche. Sono morte 18 milioni di persone. Il blocco occidentale a dichiarato
di aver gia’ lanciato la sua rappresaglia su tutto il continente asiatico.
Santita’, e’ la fine del mondo!”